IF09 > Vaciago: la crisi richiede politiche economiche coordinate

Il tema che viene trattato nei meeting in cui si parla di innovazione, in questa epoca, è la possibilità di uscire dalla crisi economica globale rilanciando il settore industriale. E' chiaro che senza un'industria attiva, che produce, verrebbe a mancare la motrice all'economia nazionale, ma le ricette per ottenere questo risultato sono tutte da mettere alla prova.

Il forum sull'innovazione di Milano, ha iniziato oggi a mettere sul tavolo analisi e interventi che dipingono uno scenario in movimento, in cui è richiesta la mano dei governi nazionali, ma su cui anzitutto si staglia il lavoro delle imprese. Gli imprenditori oggi devono sfruttare le nuove opportunità (come ad esempio le energie rinnovabili), rivendicando allo stesso tempo una maggiore attenzione sia a livello fiscale che nella creazione di una rete di relazioni, servizi e connessioni, più fluida, che permetta al mercato di svilupparsi agevolmente.

Ma il mercato di cui si parla oggi è fortemente interrelato, non esiste solo il caso Lombardia senza prendere in considerazione anche tutto il tessuto italiano e quello europeo. Anzi a dirla tutta una specularità tra l'andamento dell'economia degli Stati Uniti e dell'Area Euro, mette in evidenza la dimensione delle politiche economiche da attuare: non locali, ma coordinate tra tutti gli attori istituzionali a livello mondiale.

In questa direzione va la relazione del Prof. Vaciago, dove si sottolinea la novità di una crisi che viene osservata in tempo reale da 6 miliardi di persone, che contemporaneamente si chiedono “Come andrà a finire?” e che attuano comportamenti simili con una simultaneità inedita, aspetto che non concede un confronto con la spesso citata crisi del 1929.
Ma chi deve decidere veramente? Vaciago lo dice in maniera esplicita, pur essendo chiamati oltre 200 governi a ristabilire i criteri dell'economia mondiale, quelli che contano sono solo 20, ovvero quelli che producono il 91% del PIL mondiale. Queste amministrazioni devono sentire tutta l'importanza del compito che hanno davanti: far ripartire l'industria, altrimenti c'è il rischio che si fermi l'intero sistema.

La maggior parte delle aziende continua ad esistere, producendo beni di alta qualità come hanno sempre fatto, quello che viene a mancare però è la liquidità, che si concretizza in mancanza di ordini. “La mia impresa va bene, temo invece per le altre”, questo è quello che si sente dire da più parti, non è un bel segnale perché vuol dire che possibili fornitori e clienti tarderanno a pagare o a fare ordini, nella convinzione che sia meglio trattenere liquidità.

Vaciago infine ricorda che il tempo della ripresa, se ci sarà, potrà seguire una curva a U, cioè lenta, differente da quella che molti si auspicano, cioè una più immediata curva a V. Ma potrà realizzarsi qualcosa di diverso, l'economia potrebbe stabilizzarsi con una L, una linea piatta, rappresentazione grafica di una depressione economica di lunga durata. Questo inevitabilmente si rifletterà con un abbassamento della ricchezza del paese e delle condizioni di vita della popolazione.

Le politiche europee dovranno quindi misurarsi su alcuni aspetti: la capacità di far circolare una maggiore liquidità, una modifica del livello dei tassi d'interesse e del livello generale dei prezzi. Per attivare queste variabili bisogna aiutare la crescita facilitando la diffusione delle migliori tecnologie disponibili, capaci di abilitare la crescita economica perché a loro volta in grado di ottimizzare i processi produttivi, liberando risorse economiche.
Nel quotidiano questo significa aiutare a rilanciare il nostro tessuto produttivo più diffuso, le piccole e medie imprese. In una parola far ritornare l'industria a ricevere e generare ordinazioni.


Marco Lanza

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