[TEMI] > La PMI sarà 2.0?

Lo sviluppo dell'impresa aperta alle nuove tecnologie non è ancora a buon punto, nonostante lo sforzo divulgativo che da alcuni anni viene fatto durante convegni e meeting di aggiornamento. Viceversa sulle riviste specializzate e nei settori dell'ICT fioriscono i discorsi sulle meraviglie prodotte dall'uso mirato dell'informatica; giustamente, perché in molte circostanze questo scenario è già realtà.
Ma che importanza ha per le PMI la svolta sociale (comunicativa, 2.0) del web?

Statistiche già esposte su INNOVHUB mostrano che le soluzioni informatiche in generale sono percepite come costose dalle aziende di dimensioni contenute. Questa visione si rivela errata quando a parlare sono i risultati di una razionalizzazione dei processi produttivi.
Ma l'azienda 2.0 è un'altra cosa, e lascia ragionevoli dubbi l'importanza di molti strumenti comunicativi per l'attività produttiva. Chiariamo e lasciamo la domanda aperta alle opinioni dei lettori. L'informatica è presente in varie declinazioni in tutte le realtà produttive, ma quali sono le aziende che hanno realmente bisogno di strumenti comunicativi aperti? E soprattutto -per quello che riguarda questo spazio- le PMI che caratterizzano il territorio italiano, con la loro produzione di beni durevoli o parte di essi (si ricordi il ruolo dei terzisti) hanno un vantaggio dall'introduzione di questi strumenti?

All'incontro promosso da IDC sul tema dell'Enterprise 2.0, lo scorso martedì 3 febbraio, le PMI erano quasi del tutto assenti. L'incontro non era centrato su di loro, ma una sezione pomeridiana affrontava anche questo settore, e sarebbe stato interessante sentire la loro voce. Erano presenti invece consulenti e informatici, che si sono scambiati opinioni in merito.
E' sorto il dubbio che fosse fuori luogo chiedere ad una piccola realtà manifatturiera di attuare una svolta comunicativa, che comporterebbe un investimento, se non di denaro, almeno di tempo, fattore comunque scarso.
Inoltre è emersa l'opinione che in aziende totalmente dedicate alla produzione di beni concreti, dove la fase di progettazione è poco rilevante, i social network non siano di grande utilità. Possono invece avere un valore se, una volta estratti dei dati della produzione, permettono di condividerli e commentarli per ottimizzare il prodotto finito.
La progettazione del bene appare invece uno dei rami più avvantaggiati dall'introduzione di piattaforme aperte alla condivisione di diversi punti di vista. Infine, verso l'esterno, le microcatene della fornitura posso giustificare alcuni strumenti software per rendere più snella la condivisione di informazioni.

Rimandando a colui che ha coniato il termine Enterprise 2.0, Andrew McAfee, ci sono tre aspetti che gli strumenti software devono rispettare per potersi amalgamare in azienda e risultare di qualche utilità:
duttilità, il software deve adeguarsi ai ruoli reali delle persone in azienda
assenza di attrito, ovvero utilizzabili in pochi passaggi
essere emergenti, ovvero far risaltare gli elementi importanti di un flusso lavorativo
Termini che vengono chiariti dallo stesso McAfee nel suo rinnovato blog.

E' opinione personale che per le piccole aziende sarà importante il ruolo di consulenti dell'innovazione, i quali avendo creato un rapporto di fiducia e di piena conoscenza dei processi aziendali, riusciranno a consigliar lo strumento più adeguato per agevolare -in parte o del tutto- il processo produttivo. Diventare azienda 2.0 non significa aprirsi alla comunicazione a 360 gradi, ma avere la possibilità di scegliere, se sarà necessario, un canale migliore.

In conclusione, i discorsi sull'investimento in tecnologia durante un periodo di crisi appaiono sensati quando mettono in luce il ruolo del tempo, necessario all'innovazione per diventare prassi in azienda. L'innovazione può trovare quindi spazio per essere discussa in un periodo di minore produttività, diventando patrimonio comune.
A patto che la prospettiva sia di tornare presto al pieno regime produttivo.


Marco Lanza

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